LA STORIA

Ad Ameglia, più che in ogni altro centro della Lunigiana, il Carnevale non può passare senza ballo pubblico e questo non si può chiudere felicemente senza lo spettacolo “der Bozo”.
Nella Domenica grassa, l ‘esercente che apre la sala da ballo, deve trovare persona disposta a fingersi reo confesso di gravi delitti e deve sottoporsi, in modo buffo e tragico, al giudizio degli anziani del paese.
II giudicando deve, prima d’ogni altra cosa, indossare un abito formato d’un cappuccio, corpetto, mutande e calze, tutto in maglia di lana filata dalle donne del paese e provveduto dal proprietario della sala da ballo. Completata la toeletta, con l’annerimento del viso, usando un poco di carbone pestato, egli viene trasportato a braccia nella piazza Francesco Sforza, rimpetto alla casa Municipale, dove si troveranno i vecchi del paese. Uno di questi, aprendo un gran libro, s’avvicina all’accusatore; con fare grave e solenne, proprio del giudice togato, pronunzia la sentenza di condanna, consistente nella multa di 100 scudi d’oro oppure al Bozzo.
II condannato, non disponendo della somma, viene trasportato a braccia, seguito da tutto il paese, fino alla porta dell’attuale piazza Vittorio Emanuele, dove, messo a sedere, si sente leggere nuovamente la sentenza con una diminuzione di 10 scudi. II pover’uomo, rifiutando il versamento dell’ammenda, è trasportato fino all’Oratorio e, seduto sulla scalinata, si sente leggere la sentenza per la terza volta con un’altra piccola riduzione della somma precedente. La cosa continua e si ripete fino al torchio di Bìassoli, al Ponte Grosso e da ultimo sul ciglio del Bozzo, detto del Carnevale. Qui per l’ultima volta è letta la sentenza e, se la vittima non versa la somma, è tosto gettata nel Bozzo fra le grida della folla capitanata dai vecchi.
Dopo il tuffo, un balletto nella spianata attigua, indi la vittima è trasportata nella sala del ballo dov’è accolta con grande festa, e, cambiata dell’abito, è subito servita di pane, di vino e di carne, e pagata a seconda delle annate dalle dieci alle venticinque lire.
Se per caso nessun giovane o vecchio si presta a far da vittima, deve assoggettarsi al tuffo nel Bozzo il proprietario della sala da ballo, sotto pena di chiudere immediatamente l’esercizio.


I vecchi unanimi confermano che questa usanza è praticata ad Ameglia fin dai tempi antichi. Fino a pochi anni fa, il condannato veniva trasportato al Bozzo sopra un asino od un cavallo, seguito da suonatori ed il corteo era aperto dal proprietario della sala da ballo, portando la bandiera nazionale, a fianco dei giudici.
Par che nei primi tempi il destinato al Bozzo fosse il primo forestiero incontrato dai vecchi in paese, e si ricorda che un anno il mal capitato fu il sindaco d’un paese vicino all’Ameglia.
Egli ebbe un bel gridare, strepitare e farsi riconoscere per il primo cittadino d’un comune limitrofo, ma a nulla valse: dovette egli pure subir la doccia carnevalesca del Bozzo. Quando quest’usanza veniva praticata unicamente contro un forestiero, il giudice leggeva la condanna in un manoscritto, si vuole del 1400.
L’usanza è giunta sino ai giorni nostri quasi senza soluzioni di continuità.
II Caselli ne documenta l’esistenza tra le due guerre mondiali; dopo una breve interruzione, al termine della seconda guerra mondiale si ha una ripresa di cui vi è testimonianza fino agli inizi degli anni `60. Dopo tale data, si ha la pausa più lunga, finché possiamo assistere ad una nuova ripresa e riorganizzazione nel Carnevale 76/77.


Furono infatti alcuni giovani amegliese che nel 1976 recuperarono quetsa festa, “armati” di un cavallo e di un carretto, con la faccia imbrattata di carbone vestiti con indumenti rimediati per l’occasione, ripercorsero le orme della tradizione.
Nel 1978 viene avviata una serie di riedizioni sotto la guida di Walter Tacchini che inserisce nel contesto la “maschera” ed il “costume”.
Tacchini trasformò coreograficamente l’usanza, conferendole un maestoso apparato e riattualizzandone le tematiche. Travolse la popolazione in una intensa attività preparatoria,
nella quale si riscoprirono, come per incanto, rapporti, capacità di fare e di ascoltare gli altri.
Da quel periodo la tradizione viene riesaminata, sono ricercati documenti e le testimonianze e si costruisce, una nuova forma della festa. Con le tecniche dell’animazione culturale, nel solco delle ricerche e dei tentativi dell’ arte sociale, la manifestazione assume nelle diverse edizioni una forma innovata, ripetuta e modificata ogni volta.


L’”omo ar bozo” che nasce come una forma “diversa” di manifestazione folclorica si modifica sino a diventare un carnevale diverso, fondato sul quotidiano, sulla osservazione della realtà e la sua rappresentazione. II tema scelto ogni volta per fare da sfondo alla ripetizione del rito dell’omo ar bozo è derivato dai problemi del quotidiano, dal costante “pagae o non pagae ar bozo tà d’andae “ che segna la ripetizione dell’abuso di potere fatto sui più deboli.
L’eco del successo delle manifestazioni è arrivato fino a Strasburgo, dove invitati dal direttore della Casa di Cultura “La Laiterie”, Jean Hurstel, i personaggi, guidati da Walter Tacchini, hanno rappresentato, per le vie della città e nel teatro cittadino ‘l’omo ar bozo”.

In seguito, all’interno del Congresso al Consiglio d’Europa sull’arte sociale. ‘ Banlieues d’Europe”, il lavoro di Walter Tacchini è stato portato ad esempio di come l’arte può diventare vero e proprio linguaggio, espressione della pura creatività dell’uomo, quando l’artista riesce ad abbandonare il proprio nido e a portare l’arte nei quartieri, in mezzo alla gente e attraverso la gente ricercare la propria identità culturale.

Il lavoro è stato esposto anche in una grande mostra alla Maison de la Culture di Strasburgo, in cui è stata riprodotta con 60 manichini la coreografia finale della manifestazione, accompagnata da una esposizione fotografica del laboratorio. La critica ha riconosciuto l’identità culturale del comune di Ameglla come lavoro dl ricerca dl un fatto che non diventa solo folclore ma rappresentazione della realtà attraverso il linguaggio dell’arte.

Il Comune di Ameglia ha recentemente sponsorizzato il libro “L’Omo ar Bozo”. Nel 2003 “L’Omo ar Bozo” viene rappresentato con una performance al teatro ArtandGallery di Milano all’interno della manifestazione “I semi di Joseph Beuys”, e con una rappresentazione dal titolo “Dialogo con l’anima” presso la Casa della Marrana a Montemarcello.

L’ultima edizione è stata quella del 26 Febbraio 2006 che ha avuto un epilogo del tutto nuovo: per la prima volta a finire nel “Bozo” è stata una donna. La manifestazione ha visto condannare tutto ciò che è “LONTANO”, distante e distaccato dalla nostra realtà; come i bimbi e le donne che muoiono in ogni parte del mondo per le guerre, la fame e le malattie.
L'ARTE SOCIALE

Quel che caratterizza oggi “il campo artistico” è la sua schematizzazione sclerotizzata che consiste nel dar valore... all’opera d’arte e all’artista. A questa coppia che tende sempre più a divi nizzarsi bisogna aggiungere le gallerie e i musei così come gli spettatori. Ben inteso, la grande maggioranza di questi spettatori costituisce una “élite” avente i mezzi di partecipare al mercato degli oggetti artistici. Così tra l’artista che lavora isolato dal mondo e la sua opera riservata ad un certo pubblico, la massa popolare è dimenticata. Infatti un tale circuito artistico, concepito dai nostri “gestori delle arti”, esclude larga parte della popolazione; quest’ultima non ha né il diritto di gustarlo né quello di parteciparvi.
La disputa su questo punto non è nuova e l’esperienza umana ha potuto mostrare che l’elaborazione della coscienza estetica, attraverso il popolo, potrebbe avere delle conseguenze gravi.
È vero che il risveglio dei sentimenti artistici dell’uomo può essere di gran peso e provocare perfino il rovesciamento delle strutture ingiuste di una so cietà. È per questa ragione che la gente di una nazione è tenuta lontana da tutte le vere esperienze artistiche.
Indispettirsi e criticare questa concezione e questo sistema artistico non è sufficiente. Proporre e mettere in opera un’altra politica artistica, dove l’artista e la sua opera non sono delle stars hollywoodiane destinate esclusivamente al museo, questa è una seria possibilità di poter cambiare le cose. “L’Arte Sociale” è una di queste possibilità e si è già manifestata in più di un luogo in Europa. II suo obiettivo è semplice: far uscire la creazione artistica dal vicolo cieco nel quale essa si trova attualmente e dare alla gente i mezzi per poter esprimere i propri valori estetici. Per arrivare a ciò bisognerebbe che l’artista cessasse di vedere il suo “atelier” individuale come il solo spazio adatto alla creazione. I quartieri popolari, i diversi spazi comunali e tutti i luoghi nei quali la gente ha l’abitudine dì incontrarsi sono ugualmente degli spazi in cui gli artisti possono lavorare.
Non è forse questo il mezzo più efficace per assicurare il contatto con la gente, la sua inquietudine e volontà? Come comprendere i bisogni artistici di un gruppo quando non si vive con esso, quando si è tagliati fuori? Lo scopo dell’Arte Sociale è quello di valorizzare il processo globale della creazione. Non è solo l’oggetto finale che viene considerato, ma tutto il percorso di ispirazione dell’artista attraverso le sue esperienze e le sue radici sociali, dalle diverse fasi della realizzazione, fino all’espressione e alla concretizzazione del progetto.

Walter Tacchini, uno dei fondatori di questo movimento, ha svolto la sua opera altrettanto bene in Italia che in Francia. Una delle forme che lui ha scelto per esprimere l’Arte Sociale è il Carnevale. Precisiamo subito che lo scopo dell’Arte Sociale non è quello di realizzare un carnevale; non è nemmeno animazione culturale.
Se Tacchini ha scelto questa forma, è per le sue strutture, l’aspetto collettivo, l’aspetto di festa, l’aspetto rituale e soprattutto l’aspetto di rivolta alle condizioni sociali dei gruppo.
A Montbéliard così come a Sarzana, passando per Roma o Romito, Cerri e Trebianc, durante queste manifestazioni, le persone dei quartieri hanno montato dei laboratori provvisori, essi hanno fabbricato delle maschere, le hanno dipinte, trasformate, essi hanno ideato dei costumi, infine si sono incontrati ed hanno lavorato insieme per esprimere i loro valori estetici. L’artista non era che un semplice direttore di orchestra che, dopo aver lanciato il suo progetto, interveniva solamente per aiutare la gente a dare un aspetto plastico al liberarsi della loro espressione artistica.

Ma l’Arte Sociale raggiungeva il suo scopo quando gli abitanti di Ameglia, dopo la manifestazione dell’Omo ar Bozo, scrivevano a Tacchini dicendogli che egli era “uno di noi”...